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La certezza del nomadismo
di Arianna Dagnino
Qualità dinamica, leggerezza e flessibilità connoteranno
il nomadismo dell'uomo post-industriale: uno e multiplo, reale e
virtuale.
Stiamo parlando di certezze quasi per reazione alla fase di instabilità,
spinta alla destrutturazione, che oggi ci sta investendo. Io, dunque,
sono chiamata qui a difendere il "nemico" o alcuni aspetti
di esso: proprio quell'impellente tendenza alla mobilità
che porta a scardinare ogni certezza.
Cerco di farlo abbozzando uno scenario che riguarda non tanto l'aspetto
tecnologico quanto piuttosto quello umano e partendo dalla coscienza
che, a mia volta, non ho tutte certezze.
Faccio una breve premessa. Per nove anni sono stata mandata in giro
a fare reportage di viaggio e in questo modo mi è stato possibile
entrare in contatto con realtà molto diverse fra loro. Oggi
vivo in Africa.
Proprio questo insieme di esperienze ha rafforzato in me la convinzione
che l'approccio al concetto di nomadismo postindutriale - di cui
ho parlato nel mio libro I nuovi nomadi (Castelvecchi, 1996) - è
peculiare, almeno in questa fase storica, della cultura occidentale.
Curiosità, voglia di ricerca, progettualità e senso
del futuro, tutte motivazioni che ci spingono verso la mobilità,
sono punti fermi - oserei dire certi - della nostra cultura. Per
questo, tra l'altro, secondo i nostri criteri di valutazione, i
Paesi che ci sembrano aver raggiunto un alto grado di civilizzazione
e progresso sono proprio quelli che più hanno sostenuto,
nel corso dei secoli, le aperture verso l'esterno, le esplorazioni,
le migrazioni, gli scambi commerciali, la curiosità intellettuale
nei confronti del diverso.
Ma è un approccio che immagino, e in qualche modo spero,
possa propagarsi anche in altri tessuti culturali, magari attraverso
quel fenomeno che nel mio libro ho chiamato "rete di enclaves"
e sul quale più avanti ritornerò.
Utilizzerò per comodità il concetto di nuova mobilità,
in quanto minimo comune denominatore di ubiquità e nomadismo.
La certezza della mobilità è qualcosa che l'uomo si
trascina dietro da quando esiste. Una consapevolezza che deve aver
sviluppato forse ancora prima di quella della morte. Secoli e millenni
di erranze, migrazioni, rotte nomadi ci hanno marchiato a fuoco.
Siamo gli irrequieti pronipoti dei primi cacciatori-raccoglitori
in moto perpetuo, così come i discendenti di schiere di esploratori
Fenici, pionieri del Nuovo Mondo, viaggiatori vittoriani, emigranti
ed espatriati.
Che lo vogliamo o no, che ne siamo consapevoli o beati ignari, abbiamo
il movimento inscritto nei nostri geni. Tutto si muove, tutto si
trasforma e muta, tutto è "di passaggio".
Nel corso dei secoli abbiamo cercato il benessere della stanzialità,
la stabilità e la confortante sicurezza di proprietà
immobili e di vite piacevolmente sedentarie. Ma il nostro benessere
si è trasformato in una nuova schiavitù: quella del
posto fisso e della dimora fissa. Forse è anche per questo
che, ancora oggi, non riusciamo a stare fermi. Senza contare il
fatto che i tempi continuano a mutare e che il futuro non si prospetta
di certo più stabile e "sedentario".
Anzi, nel terzo millennio la mobilità psico-fisica sarà
una costante ineluttabile. Una costante che poggia su tre elementi-chiave:
qualità dinamica, leggerezza, flessibilità. E' questo
il nuovo mantra, uno e trino, con cui l'uomo si avvierà sulle
strade del nomadismo postindustriale.
Ma andiamo con ordine, partendo dal primo elemento di fondo: la
qualità dinamica.
La qualità dinamica è un concetto elaborato da Robert
Pirsig, padrino della filosofia "on the road", autore
del notissimo Lo zen e l'arte della manutenzione della motocicletta.
Ebbene, nel suo ultimo libro, Lila, Pirsig si spinge oltre e arriva
a sviluppare un'intera, complessa "metafisica della qualità".
Alla base di questa sua elaborazione troviamo la fondamentale suddivisione
tra qualità statica e qualità dinamica. La prima è
la struttura fondamentale della società stessa, è
il bene derivato da leggi fisse, dalle tradizioni e dai valori che
le hanno espresse. La seconda, al contrario, è l'espressione
del divenire, del fluire, indotta dal costante processo di innovazione
ed evoluzione.
La qualità dinamica, la qualità della libertà,
crea il mondo in cui viviamo, ma sono poi le configurazioni della
qualità statica, della qualità dell'ordine, a mantenerlo
in vita. I due tipi di qualità hanno dunque bisogno l'uno
dell'altro per esistere. Ma quello che qui interessa sottolineare
è che, senza il contributo della qualità dinamica,
non ci può essere evoluzione, progresso, innovazione, cambiamento.
In questo senso il movimento, la mobilità - di pensieri,
idee, concetti, uomini e cose - diventa elemento intrinseco e ineluttabile
della vita umana.
Passiamo al secondo pilastro della mobilità postmoderna:
la leggerezza. Sabbia, vetro e aria, cioè silicio, fibre
ottiche e telecomunicazioni. Il futuro in versione digitale è
senza peso e senza forma, si esprime attraverso flussi di bit, onde
elettromagnetiche, nanotecnologie e spostamenti virtuali. La cultura
perde il suo spazio e il suo peso specifico. Ponderosi tomi, enciclopedie,
manuali, documentari che un tempo tenevamo conservati in immense
biblioteche, ora vengono condensati e contenuti in pochi, leggerissimi
cd-rom, dischetti incisi da un raggio laser. La ricchezza non si
misura più in proprietà immobiliari ma in impalpabili
flussi mentali. Reti di neuroni, sinapsi, elaborazioni mentali sono
gioielli leggeri, tesori intrecciati con le maglie del Sapere globale,
dell'Apprendimento permanente, delle Intelligenze Artificiali.
Sono questi che permettono il pieno accesso all'élite digitale.
Il capitale è l'uomo con i suoi processi neuronali.
Ma c'è anche un altro tipo di leggerezza, quella psicologica
di chi può concedersi di vivere ma anche di "viaggiare"
con un bagaglio ridotto all'essenziale. Materialmente gli uomini
nomadi del terzo millennio non avranno bisogno di possedere un granchè.
Beni e proprietà immobiliari, automobili, gioielli o preziose
collezioni non rientrano nel loro stile di vita. Non farebbero che
appesantire, problematizzare e ridurre la libertà di una
mutevole esistenza. In termini di beni materiali, quando si può
avere tutto non si ha più bisogno di nulla. E' come un cerchio
che, dal passato si fosse aperto sul futuro per poi richiudersi
di nuovo su una saggezza primigenia.
Gli aborigeni australiani, nomadi e primitivi per eccellenza, da
millenni sono vissuti nella consapevolezza che la proprietà
sia dannosa, salvo quella che si può portare con sé
camminando.
Tradotto nel presente, il concetto mantiene la sua validità:
effettivamente, l'accumulazione dei beni è la prima nemica
della mobilità. Ed è così che, camminando,
o meglio viaggiando ad alta velocità sulle autrostrade informatiche
di prossima generazione, all'uomo non serviranno molto di più
che un palmtop (il computer che sta in un palmo di mano), un modem
e un banale telefonino. Che si trovi nella giungla, nel deserto
o nella savana, così attrezzato l'uomo può essere
sempre a contatto con tutto il mondo, collegato alla rete dell'intelligenza
collettiva.
Si può obiettare che questo tipo di approccio porterà
inevitabilmente a un pericoloso processo di scollamento dalle comunità
d'origine e a un conseguente senso di sradicamento. L'effetto destabilizzante
sarà però mitigato dal fatto che, contemporaneamente,
stanno cambiando anche i concetti di "appartenenza" e
di "provenienza". Le radici sono qualcosa che costruiamo
nel tempo e con l'esperienza, piuttosto che qualcosa che passivamente
ereditiamo. Ora, le radici ci legano alle persone, non ai luoghi:
le scegliamo in base ai nostri interessi, alle nostre predisposizioni
e ai nostri stili di vita.
In questo senso individuo due antidoti allo srdadicamento. Il primo
è quello che è stato definito "intelligenza emotiva".
Se le persone diventano i "nodi fissi" di una "rete
elastica", è giunto il momento di guardare con più
attenzione alla qualità delle nostre relazioni interpersonali.
Comprendere gli altri, i loro sentimenti e le loro motivazioni per
trovare il modo migliore di interagire con essi in maniera cooperativa,
non è cosa facile. Ecco perché, come sostiene David
Goleman (Intelligenza emotiva, Rizzoli, Milano 1996), fin da piccoli
dovremmo apprendere i rudimenti di un "alfabeto emozionale"
che ci aiuti a sviluppare un nuovo tipo di sensibilità e
di intelligenza sociali - definito per l'appunto "intelligenza
emotiva"- senza il quale avremmo difficoltà a promuovere
più evolute forme di coesistenza.
Il secondo possibile "paracadute" da eventuali sindromi
da anomia è il concetto di enclave. L'uomo mobile del terzo
millennio, per quanto sradicato, avrà sempre bisogno di basi
d'appoggio cui fare riferimento. Ecco perché credo che nel
prossimo futuro potremmo assistere alla nascita e allo sviluppo
di una rete di cittadelle sui generis, una sorta di kibbutz postmoderni
organizzati sulle basi e sulle esigenze di crescenti tribù
nomadi. Quindi non solo in grado di fornire alloggi, aree per la
comunicazione cablata e multimediale, impianti sportivi e ricreativi,
ma anche scuole e centri di formazione per i giovani, laboratori
sperimentali e centri di ricerca avanzata, culle di sapere scientifico-tecnologico
dove le conoscenze e le diverse esperienze vengono confrontate e
diventano patrimonio comune. Seppure a livello ancora embrionale,
l'appuntamento annuale di Ravello potrebbe rappresentare un modello
in nuce del concetto di enclave. Nel resto del mondo, soprattutto
negli Stati Uniti, si possono già citare altri esempi, come
la comunità di Santa Fè o quella di Telluride, nel
Colorado.
La possibilità - ampiamente fornita dalle nuove tecnologie
- è quella di sviluppare, su scala mondiale, una rete di
comunità aperte, fluide e flessibili. In esse, uomini e idee
si muoverebbero secondo il processo dei vasi comunicanti, in perpetua
osmosi tra il dentro e il fuori, evitando così il pericolo
che tali aggregazioni possano involvere in realtà chiuse,
selettive, trasformandosi in ghetti per una élite colta,
cosmopolita, raffinata.
Tra l'altro una rete di siffatte comunità avrebbe l'opportunità
di svolgere una importante funzione di "inseminazione"
e "contaminazione" di ampie parti del tessuto sociale.
Quantomeno di quello contiguo, dove la contiguità è
da intendersi non tanto in senso fisico quanto nel senso di condivisione
di valori. Il procedimento sarebbe simile a quello che caratterizza
gli enzimi nella biologia degli esseri viventi: fungere da catalizzatore
e innescare processi e dinamiche di sviluppo in contro-tendenza
rispetto a quelle in corso.
E siamo al terzo concetto-chiave: la flessibilità. Una parola
abusata di questi tempi, la cui portata rivoluzionaria però
forse non è stata compresa appieno.
Sarà questa parola-simbolo a scardinare un intero sistema
socio-economico-lavorativo. Flessibilità non è solo
l'ultimo ritrovato con cui stanno cercando di riorganizzare la forza-lavoro
nelle fabbriche, negli apparati burocratici, nelle multinazionali.
Flessibilità è un abito mentale. E' quel quid in più
che consente il salto quantico di un'umana evoluzione.
Flessibilità è anche un modo di pensare a se stessi,
al proprio lavoro e professione. Significa non avere più
schemi fissi né rigidi parametri di riferimento. Significa
affermare un'identità aperta e multiforme, superare la miopia
di un'ego ripiegato su se stesso, uscire da obsolete gabbie di riferimento,
siano esse razziali, politiche, religiose, oppure culturali e linguistiche.
Significa mescolare, fino al punto da cancellarne la differenza,
tempo di vita e tempo di lavoro. Anche questo in qualche modo è
un ritorno al passato, a quello spirito rinascimentale che non faceva
alcuna distinzione tra tempi di vita e tempi di lavoro. Finalmente
usciamo dalla nostra condizione di forzati del tempo libero.
Quindi, un nuovo concetto di mobilità quale risultato di
un'equazione di tre variabili: qualità dinamica, leggerezza,
flessibilità; ciascuna delle quali necessaria ma da sola
non sufficiente. Una mobilità talmente certa, fra l'altro,
da risultare ineluttabile. Al punto da superare anche la fissità
della morte. Quello che segue è solo un aneddoto ma ha un
forte connotato simbolico. Le ceneri di due uomini che avevano vissuto
all'insegna del futuro - Timothy Leary, apostata della psichedelia
e della realtà virtuale, e Gene Roddeberry, l'inventore di
Star Trek, sono state spedite nel cosmo a bordo di una navicella
spaziale. A perpetua memoria o in moto perpetuo?
Il cerchio dunque si chiude. Dalla nascita alla morte l'uomo del
terzo millennio si ritroverà a vivere una vita per così
dire "on the road" (per usare un termine volutamente nostalgico
eppure potentemente profetico), lungo autostrade informatiche e
attraverso paesaggi virtuali, ma anche dentro itinerari professionali
sempre più complessi e multiformi (mai uniformi o unidirezionali;
da qui il concetto di interdisciplinarietà delle esperienze
e delle competenze).
E l'uomo continuerà ancora a viaggiare per piacere e per
diletto, o per amore di conoscenza, ma questa volta con bagaglio
leggero e in dominii finora aperti solo a pochissimi esperti. Saranno
il cosmo oppure gli abissi sottomarini i suoi nuovi spazi di ricerca
e ricreazione; la crosta lunare o la Fossa delle Marianne diverranno
méte di grido come oggi lo sono le Maldive o le Isole polinesiane.
Perché c'è una cosa, comunque, che distingue l'uomo
dal più brillante dei computer: ed è il corpo. Un
corpo che ha ancora profondamente bisogno di percepire sensazioni
e messaggi nuovi per trasmettere poi alla mente nuovi impulsi e
nuovi stimoli creativi.
E cosa c'è di meglio per soddisfare le esigenze del corpo
se non la dimensione del viaggio, "il più personale
dei piaceri", come lo definì Vita Sackville West, viaggiatrice
vittoriana e moderna nomade ante-litteram.
Ma come ogni rosa ha le sue spine, anche questo scenario, per quanto
accattivante, ha i suoi pericoli. Un uomo immerso in una costante
mobilità psico-fisica, tra reti virtuali e immensi spazi
reali, non arriverà forse a percepire anche la potenza della
sua ubiquità? E questo stesso uomo, uno e multiplo al contempo,
intelligenza collettiva ma anche corpo e spirito individuale, finirà
per sentirsi Dio?

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