Dagli aborigeni al cyberspazio. E l’irrequietezza nella rete

Di Ruggero Caso ruggero76@yahoo.it

 


Irrequieti… la nostra natura è diventata un insidiosa omologazione ai " valori comuni ", interpretata arbitrariamente come la "civilizzazione urbana dell’altrove". Rimbaud sarebbe raggelato di fronte a tutta questa "invivibilità" dei sentimenti. Egli infatti parlava di ailleurs come ricerca insaziabile del sé, dell’altrove. Questo altrove è diversivo, distrazione, cambiamento. Senza cambiamento corpo e cervello marciscono perché l’uomo che se ne sta chiuso in un posto rischia la pazzia, l’introspezione. E’ un istinto animale che spinge le anatre, gli storni, le cicogne etc. a cercare, nella fattispecie, il caldo e il cibo, riconducibile agli uomini come ricerca del ritmo celebrale fine alla motivazione vitale. Teorizza Pierre Levy nel suo"L’intelligence collective" che "i primi nomadi seguivano le greggi che a loro volta cercavano di che nutrirsi, in base alle stagioni e alle piogge. Oggi noi siamo nomadi al seguito del divenire umano, un divenire che ci attraversa e che noi stessi costruiamo.

Il divenire: questa potrebbe essere la chiave di lettura per comprendere questa irrequietezza, questo scorrere degli eventi (chi non ricorda il Panta rei di Eraclito?) che riconduce gli uomini a un particolare stile di vita: il nomadismo. Io vorrei in questa sede sviluppare, per quanto mi è possibile, un pensiero circolare capace di esplicare la mia tesi: il nomadismo da "fisico", diretto, sta diventando, o forse già lo è, "virtuale". I nuovi Colombo del 2000 si affidano alle amorfe autostrade dell’informazione, "concentrazione vettoriale di eccezionali energie, flusso perenne ora più denso ora più rarefatto ma senza centro" (A. Abruzzese Metafore della pubblicità). Lo spazio del nuovo nomadismo non è né il territorio geografico né quello delle istituzioni o degli stati, ma uno spazio invisibile delle conoscenze, dei saperi, delle potenzialità di pensiero nelle quali si dischiudono e mutano le qualità d’essere, le maniere di fare società. (P. Levy). Ed ecco nascere il "cyberspazio" (termine coniato da William Gibson in Neuromancer "…uno spazio popolato da tribù dove i cowboy circolano alla ricerca di informazioni vitali per loro) termine divenuto popolare grazie a internet, il world wide web, dove ogni singolo individuo ha a disposizione una "finestra" che consente alle persone di "vedersi come la somma delle loro presenze, distribuite su tutte le finestre che aprono allo schermo" (Sherry Turkle).

Le città non sono più reti civiche ma diventano Free-nets, fonte inesauribile d’informazione, agorà dei cybernauti, dell’intelligenza collettiva, dove la memoria, la "ram" delle menti collettive, cresce a dismisura per giungere all’ "informazione totale": essa, come diceva il filosofo Michael Heim, è "l’illusione della conoscenza, e l’ipertesto favorisce tale illusione, permettendo all’utente di saltare qua e là alla velocità del pensiero". L’ipertesto è il dare senso a un testo, l’operazione elementare dell’attività interpretativa è l’associazione, ossia connettere un testo ad un altro, quindi l’ipertesto è una metafora della comunicazione.

Ma chi sono stati i primi cybernauti? Che effetto hanno avuto su di loro le nuove realtà della globalizzazione?

 

I nomadi

Nomade: "Al pari dei nomadi che per la prima volta montarono a cavallo, abbiamo di nuovo i mezzi per una mobilità totale… Ma questo nuovo internazionalismo ha attivato un nuovo provincialismo. Il separatismo dilaga. Le minoranze si sentono minacciate; piccoli gruppi esclusivi si staccano come schegge. (Bruce Chatwin Anatomia dell’irrequietezza).

 

Gli aborigeni dell’Australia: nella rete del nomadismo

La nostra mania ossessiva del progresso tecnologico è una reazione alle barriere frapposte al nostro progresso geografico. Questo lo sanno molto bene gli abitanti di Ghitanbul, aborigeni per eccellenza dell’Australia divorata dal senso di proprietà dei "bianchi", che li hanno cacciati ed emarginati. Durante la 27a edizione delle Olimpiadi tenutesi a Sydney gli aborigeni si sono ribellati alla "desertificazione" che sta inghiottendo il loro popolo divenuto il 2% dell’intera popolazione, poco più di 350 mila, piantonandosi al Victoria Park, dove l’Australia ricca e indifferente splende e scintilla dai vetri ultrabrillantati dei grattacieli. Qui sono state piantate le bandiere gialle rosse e nere, dove il cerchio giallo rappresenta il sole, il rosso la terra e il nero il colore della pelle. Ideali sacri agli aborigeni che, inneggiando alla autodeterminazione e alla sovranità, da oltre 200 anni combattono non il loro arrivo ma la loro invasione. Infatti, quando alla fine del settecento i primi bianchi arrivarono sulle coste australiane, gli aborigeni le abitavano da oltre 30 mila anni. Vivevano in tribù, erano cacciatori e non conoscevano il concetto di proprietà privata. Come ha scritto Robert Hughes nelle pagine di La riva fatale quando i colonizzatori incontrarono per la prima volta un aborigeno, lo considerarono "animale nocivo, come il dingo o il canguro. Era chiamato "scuro", "sudicio" o dark clouds, "nuvola nera. Con la nascita delle industrie laniere, affamate di terra, gli aborigeni furono cacciati dai loro stessi territori e tra il 1870 e il 1960 decine di migliaia di bambini per un processo di civilizzazione che li vedeva allontanarsi dalle famiglie originarie, furono "occidentalizzati", educati e oggi rappresentano la cosiddetta "generazione rubata". Tutto questo a portato un rifiuto da parte degli aborigeni per tutto ciò che fosse occidentale, tutto ciò che rappresentasse il depauperamento frutto di migliaia di anni di culture e così poco compreso dal progresso dei popoli colonizzatori.

 

Etimologia della parola

La cultura degli aborigeni affonda le proprie radici nella stessa terra che è stata loro sottratta, in quanto una cultura nomade. Vorrei ora affrontare nel modo più dettagliato possibile il concetto di "nomadismo": il Nomadismo è uno stile di vita di popolazioni non sedentarie, caratterizzato da spostamenti periodici o ciclici. Esso è legato alle economie fondate sulla pastorizia, sulla caccia e sul raccolto. Tutti i gruppi umani furono nomadi fino al neolitico, quando, con lo sviluppo delle tecniche agricole, iniziò un diffuso processo di sedentarizzazione. Il termine "nomade" (dal greco nomas, "chi si sposta per cambiare pascolo") viene riferito a realtà molto diverse sul piano storico, geografico, economico e culturale. Oltre al fenomeno che coinvolge le comunità disperse dei rom - che ha particolari caratteristiche e sviluppi storici -, gli antropologi distinguono due tipi di nomadismo: quello dei cacciatori-raccoglitori e quello dei pastori, la cui figura tipica, il beduino, si è sviluppata nel Medio Oriente a partire dal X secolo a.C. Esso si distingue nel nomadismo dei Cacciatori – raccoglitori e in quello dei Pastori. Il primo è strettamente legato al ciclo delle stagioni e si è conservato solo in ambienti particolarmente ostili all'uomo (deserti, steppe, alta montagna, foreste equatoriali, regioni polari). In questi ambienti, i frequenti spostamenti dipendono da vari fattori: il clima e le precipitazioni, le migrazioni animali, i cicli vegetativi delle piante, insomma tutto quello che può incidere sulla reperibilità delle risorse. Ad esempio, gli Inuit trascorrono l'inverno al riparo e organizzano grandi battute di caccia in estate; le popolazioni amerindiane delle foreste dell'America del Nord, trascorrono la loro esistenza tra i villaggi allestiti sulle rive dei fiumi o dei laghi in estate e le battute di caccia in inverno; i San dell'Africa australe e gli aborigeni dell'Australia sono condizionati nei loro spostamenti dall'alternarsi tra una stagione secca e una stagione delle piogge. Tuttavia, nelle società di cacciatori-raccoglitori, i fattori ambientali e la ricerca di risorse non sono gli unici fattori a determinare il nomadismo: gli spostamenti sono anche un mezzo per ridurre la possibilità di conflitti e garantire maggiore autonomia, oltre che un modo per esorcizzare la morte e la malattia o per partecipare a cerimonie rituali. Poiché l'accesso al cibo non dipende dal possesso del bestiame, queste società sono generalmente più egualitarie di quelle dei pastori, dove invece l'accesso alle risorse è controllato da una gerarchia. Queste popolazioni, per quanto distanti l'una dall'altra geograficamente, condividono spesso tecniche e strumenti (tende, capanne, utensili ecc.) di solito molto elementari e per questo più adatti alla vita nomade.

L’altro nomadismo è quello che appartiene ai nomadi Pastori, legato all'esigenza di trovare pascoli per il bestiame. Come per i cacciatori-raccoglitori, anche per i pastori il nomadismo è dettato anche da motivazioni culturali e sociali; infatti, il gregge è alla base del sistema di valori su cui si fonda la vita del gruppo e, grazie agli spostamenti, i pastori mantengono la propria autonomia e si sottraggono a qualsiasi forma di dominazione, compresa quella delle autorità statali. In genere i pastori nomadi vivono ai margini delle regioni agricole, sfruttando le terre aride (ad esempio il deserto o la steppa) e intrattenendo rapporti con le popolazioni sedentarizzate. Le modalità degli spostamenti dipendono dal clima e dalla reperibilità di acqua e pascoli, ma la conformazione dei terreni e il tipo di bestiame allevato sono altri fattori decisivi. I pastori nomadi svolgono un ruolo molto importante nell'economia delle regioni attraversate, fornendo un forte impulso al commercio (spesso sotto forma di baratto). Pastori nomadi si trovano ancora nell'Africa settentrionale (tuareg), in Africa orientale (somali), occidentale (fulani) e centrale (masai), sulle Ande, nel Nord Europa (lapponi), in Asia e in Medio Oriente. La pastorizia nomade mediorientale è una delle più antiche, risalendo al X secolo a.C. Generalmente patriarcali ed endogami, strettamente organizzati intorno al clan, i gruppi di pastori nomadi hanno sviluppato nel corso dei secoli efficienti strutture statuali, prevalendo a volte sulle società sedentarie; i mongoli e gli arabi erano pastori nomadi, prima di costruire degli immensi imperi e sedentarizzarsi a loro volta.

Quindi è più che comprensibile capire perché durante le Olimpiadi di Sydney gli aborigeni, caratterizzati da un’identità culturale molto forte, abbiano contrastato così fortemente la politica di sedentarizzazione con le quali si sono trovati progressivamente a confrontarsi. Difatti l’uso intensivo del territorio. La loro relativa esiguità numerica e l'esclusione dai centri di potere li rende inermi nella difesa dei propri diritti consuetudinari sulle terre e nell'opposizione ai tentativi di assimilazione da parte delle culture dominanti. Negli ultimi anni alcuni governi tra cui appunto l’Australia ed inoltre il Canada, hanno preso importanti provvedimenti a favore di popolazioni autoctone nomadi.

Aggiungerei un altro tipo di nomadismo: quello di individui dapprima stanziali, sedentari che, al fine di recuperare un’identità autentica, profonda, o per motivi sociali (carestie, fame) si spostano o meglio, fuggono alla volta dell’ignoto, dell’inesplorato. Fuggire diventa liberare il proprio io autentico, consolidando la propria identità attraverso la molteplicità di esperienze: la natura rappresenta madre e grembo protettivo, fonte di energia rigeneratrice. La cultura, invece, in un’accezione di Freud può essere considerata luogo di repressione delle pulsioni naturali. E la cultura contemporanea rappresenta per molti un invito ad essere irrequieti, a cercare l’altrove: il nomadismo. Esso, per parallelo, da fisico, diretto, autointerpretante, diventa, grazie alle nuove tecnologie, virtuale: infatti lo stimolo della conoscenza è per antonomasia collegato al villaggio globale: ricerche, chat, siti commerciali e altro, tutto ciò che una persona prima poteva avere solo spostandosi fisicamente. In tutto questo una componente coadiuvante è il tramutare l’ignoto, affascinante e ammaliatore, in noto: scrive Eric J. Leed nel suo La mente del viaggiatore. Dall’Odissea al turismo globale: "il viaggio era davvero viaggio quando esisteva un confine tra il noto e l’ignoto, tra il mondo della civiltà e chi civile non era". Una profonda svolta è avvenuta: ora "noi non possiamo sfuggire a quella civiltà globale che è stata creata da generazioni di viaggiatori, esploratori, signore e signori dalla curiosità elegante, mercanti e migratori. Nasce dal viaggiare, da generazioni di viaggi, quella cultura globale che ora è saldata da sistemi internazionali di trasporti, produzione, distribuzione, comunicazione, distruzione. E questo mondo per ora non possiamo lasciarlo".

 

Dal nomadismo ai cybernauti: La rete di Babele

Il bisogno di spostarsi , quindi, è una delle caratteristiche dei nomadi del mondo. Il bisogno di affacciarsi a nuovi paesaggi, di interpretarli, di perlustrarli e farli propri ha dato origine ad una conoscenza collettiva nomade che, chi più chi meno, ha creato credenze e miti che sono stati trasmessi di generazione in generazione. La capacità d’interpretare i movimenti delle nuvole o il colore di un tramonto, o la direzione del vento appartiene solo a chi vive direttamente il nomadismo. Questo bagaglio di culture di popoli intessuto su trame di credenze vuoi religiose, vuoi etniche, che non possono essere altrimenti se non grazie a questo anelito a svincolarsi dalle costrizioni, è per analogia associabile a ciò nella che realtà virtuale viene chiamata "biblioteca totale": è la conoscenza globale, il Cervello Globale (Peter Russel) generato dall’essere qui e ovunque nello stesso momento, grazie all’abbattimento di spazio e tempo e di poter rendere alla portata di tutti il proprio sapere. Scrive Jorge Luis Borges nel suo La biblioteca di Babele : "Quando si proclamò che la Biblioteca comprendeva tutti i libri, la prima impressione fu di straordinaria felicità. Tutti gli uomini si sentirono padroni di un tesoro intatto e segreto". L’abbattimentodelle frontiere spazio-temporali, dove non manca la possibilità di perdersi come in un labirinto, ha generato un Villaggio Globale (Marshall Mac Luhan), dove si esprime il proprio sentimento di nomadismo restando seduti comodamente nei propri appartamenti ipertecnologici, semplicemente usando come interfaccia lo schermo e un mouse.

 

Il cyber-nomadismo

Le condutture del villaggio globale, il "big bang" dell’era digitale, appartengono ad una complessità e una varietà di posizioni che, paradossalmente ha creato una fitta rete di individualismi in questo enorme circuito globale. Scrive Carlo Formenti nel suo Incantati dalla rete: lo scopo di internet consisterebbe nell’offrire spessore materiale alla metafora della globalizzazione; milioni di persone, quindi, riescono a trovare materia per i propri argomenti, indossando le vesti di "internauti".

Questa "Gens Electrica" (Bernardo Parrella) è una cellula a sé stante di input e output che si esprimono nella ricerca di luoghi, o siti, di svariata natura: dal viaggio allo shopping, dalle azioni in borsa alle informazioni più impensate.

In questa ricerca nomade all’interno dello spazio virtuale prende forma un nuovo istinto, un istinto di ricerca irrequieta all’interno della rete che per comodità vorrei chiamare "globadismo" (crasi tra globalismo e nomadismo), ossia appunto il nomadismo nel globalismo.

 

Il "Globadismo"

Paradossalmente, mentre il globalismo (termine coniato in area inglese. diffusosi negli anni ottanta, considerato una modalità di lettura cybernetica del mondo e del nuovo ordine mondiale –A. M. Mattellart 1997) produce sempre più dipendenza economica tra i vari paesi, mentre il nomadismo ha alla base questa ricerca di libertà, il "globadismo" possiede entrambe le caratteristiche: libertà dipendente in dipendenza libera. In pratica ogni individuo s’illude di essere libero in una realtà che alla base possiede caratteristiche d’interscambio vitale con altre entità senza le quali non avrebbe assolutamente modo di esistere. Quindi, mentre per il nomade il letto attraverso cui scorre il fiume è la natura, a volte solitaria e romantica, per il cybernauta è il resto degli utenti e lo schermo è solo il veicolo veicolante dei propri spostamenti virtuali. Può sembrare folle, ma in un mondo in cui non esistessero fabbisogni vitali, noi potremmo essere la nostra stessa natura che genera e si autorigenera all’interno della rete. Una sorta di natura artificiale regolata dalla mente umana, dove tutto può essere alla portata di tutti e tutti e la vita può essere gestita e controllata dall’uomo stesso: allora ognuno sarebbe grande Fratello di sé stesso?

 

Il verbo dell’immagine

Come già accadeva con i primi media, c’è stata una sovversione della gerarchia fra scritto e parola e fra parola e immagine. Con l’accelerazione di comunicazione avvenuta dallo scritto alla parola con l’avvento del telefono rispetto al libro e alla corrispondenza, ora il "verbo" è in declino di fronte all’istantaneità delle immagini in tempo reale. Esattamente come avveniva per i primi nomadi, l’immagine era il mezzo di apprendimento e conoscenza, poi trasmissibili da generazione in generazione attraverso la parola, ma sicuramente la fonte era "ottica" e, soprattutto, diretta, ossia comprensiva di una consistenza spazio-tempo. Ora, con l’avvento di internet, il nostro telescopio ottico si è allargato quasi ad una visione zenitale del tutto, globale , appunto, in una sorta di immagine d’insieme amplificata, determinata da questo occhio enorme che ingloba tutto. Tale "globadismo" ha come amalgama, tra i nomadi e i cybernauti, l’immagine. Essa è veicolo totale e internazionale di comunicazione, esso consente, ad esempio, ad un arabo di comunicare con un giapponese che non conosce la lingua, e di spiegarsi efficacemente, cosa che prima non accadeva se non con difficoltà.

 

Finzione reale in realtà virtuale

Isaac Asimov teorizzava in Tutti i miei robot di una realtà in cui gli androidi convivevano "naturalmente" con gli esseri umani. Certo… realtà possibile, l’ultimo secolo è stato quello delle grandi scoperte. Ma internet ha portato qualcosa di totalmente nuovo. Questa Biblioteca Globale possiede tutte le caratteristiche positive della conoscenza indiretta. Un domani potrebbe esserci, invece di androidi, bambini in provetta che crescono con mamma internet e che conoscono tutto ciò che si può apprendere, grazie elle evoluzioni di pensiero e alle scoperte scientifiche.

Credo però che il non-esserci fisicamente rappresenti la mancanza di conoscenza diretta più impersonale che possa esistere. Un bambino che vede le Cascate del Niagara sullo schermo, che grazie alla realtà virtuale la esplora e, perché no, ci si tuffa, e ha accesso in luoghi in cui materialmente non può accedere, come al di là delle cascate, dentro le cascate, può essere una prospettiva entusiasmante e stimolante. Potrebbe esserci un risvolto di spersonalizzazione a cui solo l’esperienza può tenere testa: la realtà virtuale si sta avvicinando sempre di più alla realtà reale e un domani potremo sentire odori e suoni come se fossimo direttamente sul posto. Un esserci-non-esserci, un luogo-non-luogo in un tempo-non-tempo. Una finzione reale in una realtà virtuale.

 


 
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