Che cosa non è lo spam

di Giancarlo Livraghi.

 


Ciò che chiamiamo spam è una mescolanza di cose diverse. Non é facile darne una definizione precisa. Uno dei modi per avvicinarsi alla comprensione di un fenomeno è cercare di definire che cosa non è – oltre a identificarne alcuni aspetti particolari


Non è un male nuovo

Il problema dello spam è tutt’altro che nuovo. Per chi non lo sapesse... fino trent’anni fa spam era solo il nome di un prodotto alimentare in scatola (che nessuno considera una raffinatezza gastronomica). È la sigla di spiced pork and ham – una specie di “pressatella” di prosciutto e carne di maiale. Nel 1970 una scenetta comica del Monty Python Flying Circus diede a spam il nuovo significato di “cosa noiosa e ripetuta troppo spesso”. E così entrò nel gergo della rete. (Vedi Spam, spam, spam).

Nessuno sa (o ricorda) esattamente quando si cominciarono a definire i princìpi che poi presero il nome di netiquette, ma risalgono alle origini della rete (vedi la cronologia). E fin dall’inizio era chiaramente percepito, e condannato senza equivoci, il fenomeno dello spam. Per esempio nel testo “classico” sulla netiquette del Network Working Group si dice chiaramente che deve essere evitato l’invio di messaggi ripetitivi o indesiderati e che non sono accettabili le “catene”.


Non è solo “commerciale”

L’attuale, crescente ondata di spam è creata in gran parte da attività che è eufemistico chiamare “commerciali”, perché si collocano spesso in un’area oscura che va dalla truffa alla millanteria, dall’inganno alla petulanza. Ma non si capisce il fenomeno se non si tiene in mente che ci sono forme di spam, non meno fastidiose, nate per motivi diversi da quello di “fare soldi”. Ci sono scherzi e burle (talvolta divertenti, più spesso noiose). Ci sono errori di comportamento, come quelli di chi diffonde a mezzo mondo messaggi o “notizie” che interessano forse a due o tre persone. Ci sono esibizionismi, come quelli di chi crede che la mostra di acquerelli di suo zio a Roccannuccia sia un evento culturale da segnalare a mezzo mondo. E ci sono, come vedremo più avanti, affollamenti di pseudo-posta elettronica prodotti da virus. Quando si cerca un rimedio è necessario considerare tutti gli aspetti di un fenomeno vario e complicato, non solo quelli di natura “commerciale”.


“Mittente sconosciuto” non vuol dire spam

Naturalmente è sbagliato definire spam “qualsiasi e-mail da qualcuno che non conosciamo”. Capita abbastanza spesso di ricevere messaggi interessanti e gradevoli da persone che non conoscevamo prima. Perché siamo attivi online e qualcuno legge qualcosa di nostro. O perché ha avuto il nostro indirizzo da qualcuno che ci conosce. Eliminare questa corrispondenza sarebbe un sacrificio indesiderabile. E questo è uno dei tanti motivi per cui lo spam è pernicioso. Come distinguere i messaggi interessanti nella folla degli ingombri indesiderabili?

Vale anche in questo caso, naturalmente, l’antica regola di “non accettare caramelle da uno sconosciuto”. Inoltre lo stile degli “spammatori” è spesso ripetitivo e riconoscibile. Uso di maiuscole, di punti esclamativi, di promesse mirabolanti, di offerte a cui “non si può rinunciare”. Anche dichiarazioni come «questo non è spam» o «ti scrivo perché hai volontariamente...» sono quasi sempre l’impronta dello spamming.

Insomma riconoscere lo spam non è difficile. Basterebbe che le persone fossero avvertite del problema, e informate delle sue caratteristiche, per rendere inefficace il 99,9 per cento dello spamming. Purtroppo il fatto che le persone “non ci caschino” non è sufficiente per sradicare il fenomeno. Ma, d’atro canto, sistemi che eliminassero ogni messaggio di “qualcuno che non conosciamo” potrebbero privarci di molti incontri interessanti.


“Mittente conosciuto” può essere spam

Un’altra complicazione deriva dal fatto che può essere spam un messaggio che ci arriva da un indirizzo conosciuto. Per vari motivi. Perché uno “spammatore” furbastro e bugiardo usa un falso indirizzo. Perché una persona che conosciamo ci inoltra, per errore, uno spam che aveva ricevuto (cosa che accade spesso, per esempio, con i “falsi allarmi” di virus o altri pericoli o con “catene” falsamente umanitarie). Perché qualcuno ha sbagliato indirizzo. Eccetera...

E ci sono di mezzo anche virus “replicanti” come kletz che mandano messaggi con un falso mittente – trasformandoci, a nostra insaputa, in involontari “spammatori”.


Le “catene”

Le cosiddette “catene di Sant’Antonio” esistevano molto prima dell’internet. Ma trovano nella rete uno strumento facile di diffusione. Questo è uno dei problemi che erano stati identificati fin dall’inizio: se ne parlava chiaramente, vent’anni fa, già nei primi abbozzi della netiquette.

La soluzione è semplice e draconiana. Rompere, senza pietà, tutte le catene (comprese quelle che minacciano sciagure oppure offrono mirabolanti guadagni – e le numerose varianti del cosiddetto multi-level marketing). Interrompere anche quelle che sembrano (talvolta sono) “bene intenzionate”. E, se vogliamo diffondere un’informazione o un “appello”, usare forme di comunicazione che non siano e non sembrino “catene”.


Scherzi e burle

Una variante di spamming è fatta di scherzi e burle, prese in giro che hanno intenzioni solo umoristiche. Molte sono innocenti, alcune divertenti. Questa, naturalmente, è una delle forme meno sgradevoli e pericolose. Talvolta, se fatta con gusto, può farci sorridere. Ma anche in questo genere di “posta inaspettata” si possono nascondere trappole.

Un genere noto da molti anni è il cosiddetto hoax, cioè l’annuncio di un virus inesistente. Alcuni sono piacevoli esercizi di umorismo – come l’immaginario virus Trout, un “pesce d’aprile” del 1998. Altri sono più maligni. Perché spargono falsi allarmi (è un fatto constatato che, mentre esistono circa 60.000 virus veri, quasi tutti gli avvisi drammatici di virus circolanti in rete sono hoax). O perché contengono qualche trucco nocivo – come nel classico esempio di SULFNBK.EXE, geniale nella sua cattiveria, che con la minaccia di un virus inesistente induceva le persone a farsi del male.

Ci sono anche furfanti che col pretesto di offrire scherzi o barzellette si impadroniscono di indirizzi di cui poi fanno commercio.

Con gli le burle (se non nascondono qualche trappola) la soluzione è semplice. Se ci accorgiamo di uno scherzo, e se è divertente, facciamoci una risata e buonanotte. Se un problema segnalato non ci è del tutto chiaro, verifichiamo prima di intervenire impulsivamente sul nostro computer o di spargere falsi allarmi. Fra l’altro i hoax, come molti spam, hanno spesso uno stile imitativo e riconoscibile. Quando ne abbiamo visti e identificati un paio, è piuttosto facile riconoscerli a prima vista.

Evitiamo di “inoltrare” messaggi ai nostri amici prima di aver capito bene da dove vengono e se il contenuto è credibile e chiaro. E se qualcuno ci propone di iscriverci a una “lista”, anche con la più amabile e innocente delle apparenze, prima di accettare pensiamoci due o tre volte – e controlliamo attentamente di che cosa si tratti.

Ma accade di trovarsi iscritti “d’ufficio” a liste o comunità che non conosciamo. Questo è uno dei trucchi più sgradevoli dello spamming, anche perché da quelle indesiderabili “partecipazioni” è quasi sempre impossibile dimettersi o cancellarsi.


Non è “pubblicità”

Definire lo spam come “pubblicità” vuol dire commettere due errori.

Uno è mettere “sulla difensiva” chiunque abbia a che fare con la pubblicità. Le imprese che la usano, le persone che ci lavorano, i mezzi di comunicazione e informazione che ne ricavano sostentamento. La conseguenza è una grossa confusione, in cui molti che nulla hanno a che fare con lo spam si sentono in obbligo di assumerne le difese. Mentre farebbero molto meglio a distinguersi con la massima chiarezza da un fenomeno patologico come quello.

L’altro errore sta nel fatto che sono due cose completamente diverse. Si può dire tutto il bene o tutto il male possibile della pubblicità, ma è una cosa totalmente diversa dallo spam. Fra l’altro (salvo casi rari, e facilmente perseguibili, di attività truffaldine) la pubblicità è trasparente ed è chiaro a tutti chi se ne assume la responsabilità. Con lo spam, molto spesso, non è così.


Non è “direct marketing”

Altrettanto sbagliato, e per gli stessi motivi, è confondere lo spam con il “direct marketing”. Anche in questo caso si genera una spontanea, quanto irragionevole, “difesa della categoria”. In cui si mescola l’atteggiamento di chi crede di dover difendere lo spam, mentre farebbe meglio a distinguersi da una pratica che avvelena anche il suo mestiere, con quello di chi ha la coda di paglia perché sta facendo spamming ma non lo vuole ammettere. Purtroppo c’è chi si mette in cattedra per fare lezione di e-mail marketing mentre in realtà predica lo spam cercando di “nobilitarlo” con una definizione diversa.

Comunque, anche in questo caso, è necessario distinguere fra attività del tutto legittime, talvolta gradite, di “comunicazione diretta” e operazioni inaccettabili come lo spam. (Anche nella comunicazione tradizionale la cosiddetta junk mail, o “posta spazzatura”, è il contrario di un efficace ben concepito “direct marketing”). In teoria se ne può dibattere ad infinitum, ma in pratica non è difficile capire che cosa è corretto e che cosa non lo è. L’importante è vedere le cose dal punto di vista di chi riceve informazioni o proposte, non da quello di chi le manda.


Non è “promozione”

Ci sono infinite forme di sales promotion, dai semplici sconti all’offerta di premi e benefici più o meno desiderabili. Può piacere o no, può essere (secondo il caso) più o meno gradita, ma è una forma legittima di attività commerciale – a condizione, naturalmente, che sia chiara, trasparente e corretta. Non ha alcun senso collocare lo spam in questa categoria, come in altre specie di stimolo delle vendite.


Non è “vendita per corrispondenza”

La vendita per catalogo (o altre forme di offerta “per posta”) esiste da almeno un secolo. Con particolare diffusione degli Stati Uniti (mail order) e in vari paesi a bassa densità di popolazione. Dove era già diffusa è stata più facile la transizione alle vendite online (che comunque non hanno sostituito del tutto le tradizionali attività basate sulla posta, sul telefono o sugli incontri personali).

Anche in questo caso, fare confusione conviene solo a “spammatori” e truffatori . Chi svolge legittime e utili attività di vendita per corrispondenza (o online) ha tutto l’interesse a tenersi il più lontano possibile dallo spam.


Non è “servizio ai clienti”

Per quanto incredibile possa sembrare, il fatto è che molte attività definite customer care o CRM (customer relationship management) in realtà sono forme di spam variamente travestito.


Non è “marketing”

E in generale... la parola marketing è largamente usata in modo improprio. Fino a farla diventare quasi un termine osceno. Le persone e le organizzazioni che si occupano professionalmente di queste attività, come le imprese che fanno marketing (cioè tutte le imprese, anche quelle che non ne usano la terminologia) dovrebbero essere in prima linea a combattere contro le distorsioni, di cui lo spam è un vistoso esempio. Invece c’è chi confonde le carte, cercando di giustificare lo spamming con varie terminologie falsamente “nobilitanti”...


Non è economicamente produttivo

È discutibile la tesi, un po’ troppo diffusa, che pecunia non olet. Non sempre è legittimo tutto ciò che produce profitti. Ma anche senza entrare in questioni etiche, o di correttezza e trasparenza dei mercati, il fatto è che lo spam non è economicamente produttivo. Giova ad alcuni imbroglioni (fra cui i venditori di liste). È un danno per tutti gli altri, a cominciare dalle imprese oneste con un’identità riconoscibile. È un po’ triste che il mondo delle imprese abbia cominciato a preoccuparsi dello spam solo quando ne ha subito l’esagerata invadenza. Ma “meglio tardi che mai”. Ora che i grandi interessi economici hanno capito che il problema esiste, speriamo che si rendano conto anche degli altri motivi per cui è dannoso.


Non è solo nell’internet

Ne abbiamo già parlato all’inizio, ma è bene sottolineare che, una volta identificato il problema, vale la pena di tener d’occhio anche gli altri canali in cui si manifesta. Dalla telefonia (fissa e mobile) al fax e a ogni sistema di comunicazione.


Non è “selettivo”

Vedi quanto già detto nel punto 2 a proposito del fatto che lo spamming non è comunicazione “mirata”, anzi è il contrario di qualsiasi attività “selettiva” (commerciale o non).


Non è solo “pornografia”

È vero che fra i più attivi diffusori di spam ci sono i venditori di materiali o servizi “sessuali”. Dal che si può dedurre che non hanno così tanto successo quanto vogliono far credere. Ma il motivo non è solo che cercano di vendere aggressivamente la loro merce. Sono anche, molto spesso, il tramite e lo strumento di una ogni sorta di truffe. E questo è un motivo per starne il più possibile lontani, indipendentemente da ogni valutazione di gusto o di morale.

Potrebbe essere utile dare un’occhiata al modo in cui alcuni “grandi siti” (anche in Italia) ospitano e assecondano queste attività, non solo per il fatto che non tutti le gradiscono, ma anche per gli imbrogli che nascondono.

Non meno grave, d’altra parte, è il modo in cui con il pretesto di “proteggere i minori” si organizzano ogni sorta di repressioni, persecuzioni, censure e “cacce alle streghe”. Vedi La strage degli innocenti e Caramelle ambigue.


Perché è una delle risorse preferite dei truffatori?

Perché gli imbroglioni sono continuamente alla ricerca di nuove vittime, di persone diverse da quelle che ci sono già cascate una volta e quindi stanno un po’ più attente. La diffusione indiscriminata a “chiunque possa capitare” è uno strumento particolarmente adatto ai truffatori. Questo è uno dei motivi per cui a tutti gli altri conviene evitarlo come la peste.

 

 

 
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